L’ America volta pagina: da Obama a Trump

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Dopo otto anni alla Casa Bianca, è arrivato anche per Obama il momento di passare il testimone al suo successore, il repubblicano Donald Trump. Otto anni caratterizzati da momenti di luce ed ombra, alla storia però spetterà la definitiva sentenza.

Obama aveva creato, durante la campagna elettorale, grandissime aspettative con un semplice slogan di tre parole: “Yes, we can”, che faceva presumere cambiamenti significativi sia nella politica estera che in quella interna. La realtà si è dimostrata molto più amara e complessa. Otto anni di grandi e profonde trasformazioni mondiali: una crisi economica più forte del previsto (la peggiore dopo quella della Grande Depressione), l’affermarsi di stati desiderosi di maggiore spazio sul palcoscenico economico e globale e un quadro di maggiore instabilità nel mondo arabo-islamico.

Qual è, quindi, l’eredità lasciata da Obama? Da sottolineare è l’impegno dimostrato nell’ambito sociale: importante è stato l’impegno speso per la conquista dei diritti civili, per una piena uguaglianza di diritti e per garantire il matrimonio come diritto umano fondamentale. La diffusione di una forma di assistenza sanitaria per strati della popolazione che prima ne erano privi (Obamacare). Il tentativo di mediare tra episodi di forti tensioni razziali, spesso sfociati in episodi di violenza tra polizia e comunità afroamericane, le quali lamentavano un trattamento più duro da parte delle forze di polizia. Rimanendo in tema di politica interna va menzionato l’intervento deciso dello Stato sull’economia del paese, che ha permesso di uscire rapidamente dalla crisi economica generata dalla bolla finanziaria e dai sub-prime.

Sul fronte della politica estera, Obama è stato insignito nel 2009, solamente un anno dopo la sua elezione, del premio Nobel per la pace. Sono in molti a sostenere che sia stato proprio il conseguimento prematuro di questo premio a rendere la sua politica estera più cauta.

Tra le principali azioni in campo internazionale dell’era Obamiana va evidenziato il cambio di focus dall’area atlantica a quella del pacifico. Vanno inoltre ricordati come successi: l’eliminazione di Osama Bin Laden nel 2011, la normalizzazione dei rapporti con Cuba e l’impegno nelle tematiche ambientali culminato negli accordi di Parigi.

D’altro canto, vanno anche menzionate alcune debolezze della politica estera di Obama: l’insuccesso delle primavere arabe, il poco interesse nelle vicende del vecchio continente, la poca determinazione nel contenimento dell’espansionismo cinese, la mancanza di decisione nelle crisi siriane e ucraine, determinando punti di frizioni con la Russia che hanno generato sanzioni economiche verso quest’ultima mal digerite da alcuni stati europei.

Non possiamo affermare con certezza se questa politica sia stata il frutto di una nuova linea volta al ridimensionamento del ruolo di potenza egemone, quindi a un parziale allontanamento da tutto quello a cui siamo stati abituati e che abbiamo sempre dato per certo. Non sappiamo neanche se questo eventuale ridimensionamento sia voluto, oppure sia dovuto dalla necessità di una nazione che non può più essere il punto di riferimento mondiale, non potendo più farsi carico dei costi sia politici che economici di tale ruolo.

Proprio per questo, Il rito di passaggio che si trova ad affrontare l’America, sarà di sicuro uno dei più interessanti degli ultimi anni: sarà Donald J. Trump a sostituire Obama. L’interesse risiede nel fatto che l’imprenditore newyorkese durante la sua campagna elettorale ha mostrato di avere punti di vista estremamente diversi rispetto a quelli del Presidente uscente, su molte questioni sia di politica interna che estera.
In materia di politica interna, l’obiettivo principale del neo-eletto presidente è senza dubbio quello di voler sostituire l’Obamacare, tanto criticata dai Repubblicani, con una nuova riforma a cui sta già lavorando. Tuttavia sembrerebbe che in seguito al meeting avuto con Obama il 10 novembre scorso, il presidente eletto abbia riconsiderato positivamente alcuni punti della legge, quali: il divieto per le compagnie assicuratrici di negare l’assistenza ai pazienti per motivi passati e la possibilità per i genitori di fornire ai figli anni di copertura ulteriore tramite le loro polizze. Nonostante questo, la volontà di Trump è ferrea e di recente in un’intervista a The Washington Post ha ammesso che la sua riforma sanitaria è quasi pronta e, senza entrare nei dettagli, ha promesso che tutti gli americani potranno avere un’assicurazione sanitaria a dei costi accessibili per tutti.
In politica estera Trump ha sorpreso con la sua volontà di riavvicinarsi a Putin e alla Russia, tanto da definirlo “un uomo molto intelligente”. Il presidente russo, d’altra parte, subito dopo le elezioni americane ha espresso la sua simpatia verso Trump con una lettera. Il futuro dei rapporti tra i due presidenti è motivo di preoccupazione per gran parte dell’opinione pubblica americana, e non solo.

Riguardo l’Unione Europea, Trump si è invece dimostrato molto scettico, prevedendo che l’UE probabilmente verrà smantellata e che, se così fosse, per lui questo non costituirà un problema. Di recente ha addirittura fatto confusione tra Donald Tusk, l’attuale presidente del Consiglio Europeo, e Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, sottolineando l’attuale poca conoscenza delle istituzioni europee. Come evolveranno i rapporti tra Trump e il resto della comunità mondiale?  Che effetto avrà la sua presidenza sugli Stati Uniti e sul resto del mondo? E’ presto per trarre conclusioni, però va riconosciuto al nuovo presidente americano un pragmatismo che se ben indirizzato potrebbe essere utile per la risoluzione di problematiche mondiali ancora in essere.

A cura di
Roberta Camera
Riccardo Valle

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