Von der Leyen, Macron e Merkel: il futuro della Difesa europea

Soldati che marciano con bandiera dell'Unione Europea
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Il caso: l’intervista di Macron al The Economist

Il 7 Novembre scorso, il presidente francese Macron, in una lunga intervista a The Economist ha affermato che la NATO «is becoming brain-dead». Una dichiarazione forte e iperbolica che vuole porre all’attenzione dei Paesi membri la necessità di un’accelerazione nell’integrazione della Difesa europea – la PESCO (Permanent Structured Cooperation) in particolare – al fine di rendere l’Unione Europea una potenza regionale indipendente e autonoma in grado di fronteggiare le numerose minacce di instabilità periferiche e non.

Ma quali sono le motivazioni che hanno portato Macron a una presa di posizione così fortemente critica riguardo all’Alleanza atlantica?

Le critiche agli USA degli altri capi di Stato e di Governo europei

Ciò che importa sottolineare è il fatto che il presidente francese non è il primo capo di Stato o di Governo a criticare l’atteggiamento dell’attuale amministrazione statunitense rispetto a uno dei principali strumenti di ordine e sicurezza internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Già nel maggio 2017, Angela Merkel affermò che l’Europa non poteva più fare affidamento sugli Stati Uniti o sul Regno Unito e avrebbe dovuto combattere per il suo proprio destino; ciononostante non si era spinta fino a una critica tanto esplicita riguardo alla NATO, bensì alle posizioni del neo-presidente statunitense, così fortemente scettico riguardo il ruolo dell’Alleanza nel XXI secolo.

Non è un mistero difatti l’orientamento dell’attuale Amministrazione americana rispetto alla posizione strategica degli Stati Uniti nei confronti degli Alleati: l’America First, lo slogan di Donald Trump, si è sviluppato attraverso un indirizzo fortemente unilaterale riguardo ai principali temi di Politica Estera, rintracciabile nella National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel 2017.

Divergenze transatlantiche e indirizzo francese

Macron ha indicato come indifferibile una politica europea di Difesa comune, resa ancora più urgente dalle forti divergenze transatlantiche riguardo le crisi principali che lambiscono oggi l’Unione, come il cambiamento climatico, il futuro dell’ormai fragile regime di non proliferazione iraniano, le tensioni commerciali, l’assertività turca contro i Curdi in Siria, la guerra tribale libica. Ciò che il presidente francese tace tuttavia è che la Politica estera e di sicurezza della Francia in questi ultimi anni si è discostata dagli obiettivi enunciati nell’intervista: Macron ha stretto a settembre scorso un accordo con il Libano per importanti forniture militari, ponendo gli interessi francesi al primo posto rispetto agli equilibri preesistenti. Legittimo certo, ma se a questo aggiungiamo l’ambiguo atteggiamento francese rispetto alla guerra civile libica, attraverso un celato sostegno alle milizie del generale Haftar che si contrappongono al governo riconosciuto dall’ONU di Serraj; all’intervento francese in Siria; alla guerra al terrorismo nel Sahel, portata avanti nobilmente dalla Francia, ma terribilmente insidiosa senza una politica comune, non si può non notare come l’indirizzo francese sia ancora troppo unilaterale rispetto agli intenti pronunciati dall’inquilino dell’Eliseo per porre al primo posto una reale Politica estera e di Sicurezza europea.

Ogni operazione civile e militare congiunta, che si tratti del Mediterraneo, dell’Africa o del vicino Oriente, risulta pressoché impossibile se i rapporti con il Paese target vengono gestiti esclusivamente da un solo governo europeo, quale che sia.

L’elemento positivo dell’intervento di Macron all’Economist riguarda invece il palesamento del problema di fondo di un’Unione Europea in bilico tra tentativi revisionisti rispetto all’Alleanza atlantica, il fascino russo esercitato sui populisti europei e la freddezza – fino all’aperta avversità – di Donald Trump circa i progetti europei di Difesa comune (PESCO).

La posizione della Commissione europea

A seguito dell’intervista, è toccato alla presidente designata della Commissione UE, Von der Leyen prendere pubblicamente le difese della NATO in occasione dei festeggiamenti per il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino. Von der Leyen, ex ministra della Difesa tedesca e tenace sostenitrice della cooperazione rafforzata PESCO, ha affermato come la NATO si sia dimostrata sino a oggi uno scudo protettivo della libertà comune.

In queste settimane sembra che l’asse franco-tedesco si sia quantomeno raffreddato in merito al ruolo che dovrà avere il progetto di Difesa comune rispetto alla NATO e ai rapporti con gli Stati Uniti: proseguendo nelle politiche di Von der Leyen, la ministra della Difesa tedesca Kramp-Karrenbauer ha proposto un cospicuo investimento che aumenterà gli stanziamenti per la Bundeswehr al fine di raggiungere l’obiettivo NATO del 2% entro il 2031, confermando così direttamente e indirettamente l’intento tedesco di porre la PESCO all’interno di un percorso di stretta cooperazione con la NATO. L’obiettivo della Germania, già dal Libro bianco della Difesa pubblicato nel 2016 è quello di porsi come alleato strategico e affidabile oltreoceano, sviluppando sia capacità operative che politiche attive che vedono riscoprire una politica di Difesa come strumento di Politica estera, fino alla nuova richiesta di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Macron e Merkel: la Dichiarazione di Tolosa

A livello bilaterale, due sono i recenti sviluppi che tentano di segnare il passo dell’integrazione della Difesa europea. A metà di ottobre 2019, Macron e Merkel hanno riunito il Consiglio dei ministri congiunto, format previsto dal Trattato dell’Eliseo del 2018, e sottoscritto la cosiddetta Dichiarazione di Tolosa, un accordo vincolante sulle esportazioni di armi a Paesi extraeuropei per programmi congiunti. Tale accordo, che riguarda prioritariamente i piani di sviluppo di un nuovo caccia, droni di supporto e un «accesso autonomo allo spazio», tuttavia lascia a oggi pochi margini a eventuali compartecipazioni da parte di asset strategici di altri Stati membri come l’Italia o la Spagna che a oggi non riescono a inserirsi efficacemente nei progetti di sviluppo militari a guida franco-tedesca.

Il secondo sviluppo da tenere in considerazione riguarda l’annuncio di Macron e Merkel per la creazione di una Commissione per approfondire le problematiche strategiche del continente europeo e la proposta, ancora non molto dettagliata, di una Conferenza intergovernativa orientata a rendere l’Europa «più unita e sovrana» anche da un punto di vista di Sicurezza e Difesa.

Come agirà Ursula von der Leyen?

Non resta che attendere le prime azioni della Commissione Von der Leyen nell’auspicio che l’integrazione in ambito PESCO prosegua a ritmi elevati nell’ottica di una collaborazione stretta e continuativa con la NATO. La sfida della PESCO – la Cooperazione strutturata permanente di 25 Stati membri nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune attivata dal 2017 – che attende la nuova Commissione e i Governi sarà quella di uno sviluppo lungo i 47 programmi già approvati e l’utilizzo strategico dell’EDF (European Defence Fund) dotato di 13 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. La vera capacità di Von der Leyen sarà verificata proprio sull’orientamento che prenderanno gli Stati membri in merito ai rapporti con la NATO e gli Stati Uniti, tenendo conto delle particolari preoccupazioni della Casa Bianca principalmente riguardo a possibili politiche protezioniste in campo europeo nel settore della Ricerca e Sviluppo dell’industria della difesa.

Questo percorso, in osservanza delle famose 3D proposte dal segretario di Stato Albright alla fine degli anni Novanta (no decoupling, no discrimination, no duplication), pare a oggi la strada più sicura per realizzare un salto di qualità nella Difesa e Sicurezza europea e rendere l’Unione un attore più credibile a livello regionale e internazionale.

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