Intervista al Dott. Pier Virgilio Dastoli

Foto di Pier Virgilio Dastoli presso Spazio Europa
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Il documento“L’Unione Europea possibile e necessaria: L’Europa a cerchi concentrici”, redatto da quarantuno studiosi di varie università europee, curato dal Professor Giampaolo Rossi e pubblicato sul blog ridiam.it, è stato presentato da RIDIAM in collaborazione con la Fondazione Konrad Adenauer (KAS) e l’Osservatorio Germania-Italia-Europa (OGIE) in una conferenza tenutasi presso la sede di Piazza delle Vaschette della LUMSA nel pomeriggio di giovedì 23 marzo. Proprio in questa circostanza abbiamo avuto il piacere di intervistare il Dott. Pier Virgilio Dastoli, tra i massimi esperti dei temi riguardanti l’Unione Europea. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1971 alla Sapienza, nell’arco della sua brillante carriera è stato assistente parlamentare di Altiero Spinelli alla Camera dei Deputati ed al Parlamento europeo dal 1977 al 1986. Durante questi dieci anni ha contribuito a porre le basi dell’Unione Europea. È stato Segretario Generale del Movimento Europeo Internazionale (1995-2002), di cui è attualmente segretario generale onorario, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea (2003-2009). È stato nominato Commendatore al Merito della Repubblica dal Presidente Napolitano “motu proprio”.

  • Lei ha avuto modo di lavorare a stretto contatto con Altiero Spinelli come suo assistente parlamentare dal 1977 al 1986. Ritiene che sarebbe soddisfatto della situazione europea attuale?

Io di solito preferisco non rispondere a questa domanda. Quando mi chiedono “Spinelli cosa penserebbe di questo o di quest’altro”, ritengo non sia corretto attribuire un’opinione a un personaggio che non c’è più. Quello che posso dirvi sono le soluzioni che aveva proposto per fronteggiare i problemi che stiamo vivendo e soprattutto il metodo che proponeva per andare avanti. Per quanto riguarda il dibattito sull’Europa a due velocità, la questione fu affrontata nel progetto trattato nell’84 [NdR “Il progetto Spinelli”, approvato il 14 febbraio 1984], che ha condotto a una revisione dei Trattati istitutivi della Comunità europea. Pur non avendo utilizzato all’epoca l’espressione “Europa a cerchi concentrici” del Prof. Giampaolo Rossi, una delle intenzioni lanciate dal progetto Spinelli era l’idea che fosse necessario consentire ad alcuni paesi di andare avanti se altri frenavano. Questa è la prima considerazione di attualità sul pensiero di Spinelli.

Il secondo pensiero di attualità è legato al fatto che Spinelli fosse convinto che, se si doveva fare un passo in avanti, bisognasse affidare questo compito al Parlamento Europeo e non ai governi. E quindi, per esempio, rispetto alla dichiarazione di Roma, siglata da 27 governi, io non sono deluso poiché per essere delusi bisogna essersi illusi in precedenza. Dai governi non ci si può aspettare nulla, poiché non sono in grado, non per cattiva volontà; i governi difendono le proprie sovranità nazionali, quindi è evidente che la somma delle 27 sovranità nazionali non può che produrre un risultato di minimo comun denominatore. Bisogna affidarsi a un organo che invece rappresenta gli interessi e la visione dei cittadini europei in tutto il loro insieme: il Parlamento Europeo.

  • Lei ha avuto la possibilità di proporre alcune mozioni per quanto riguarda la difesa europea. Come vede la mancanza di un esercito europeo e di una politica comune nel campo della difesa che avrebbe potuto arginare problematiche quali l’immigrazione?

Intanto la questione della difesa e dell’esercito deve essere vista in termini totalmente diversi rispetto al ’54; allora il problema era la difesa dell’Europa rispetto alla prospettiva di un eventuale attacco di una potenza straniera. Oggi questa preoccupazione non c’è più. Il tema della difesa deve essere visto in termini differenti: l’Europa deve avere gli strumenti che possano consentire di sviluppare peace-keeping e peace-building ed eventualmente anche il controllo delle frontiere. Poiché è difficile immaginare che si possa fare un esercito unico, ci sono due o tre cose che potremmo fare: bisognerebbe innanzitutto lavorare molto sull’industria militare, giacché sprechiamo un’enorme quantità di soldi in maniera inutile, se vogliamo spendere di meno e in maniera più efficace, dobbiamo avviare una vera politica industriale e militare sapendo fra l’altro che l’industria militare, come avviene negli Stati Uniti, è anche una spinta all’industria nel suo insieme. Naturalmente dovremmo creare una situazione in cui i vari eserciti possano condividere una strategia comune, quindi una sorta di comando europeo comune, oppure immaginare dei prototipi di West Point europee, in cui gli ufficiali vengano educati tutti nella stessa accademia.

In secondo luogo, l’immigrazione e il terrorismo sono due fenomeni molto separati. Pensiamo a ciò che è successo ieri a Londra: l’attentatore era un cittadino britannico; pensare come fanno alcuni idioti che chiudendo le frontiere ci si difenda meglio dai terroristi è stupido e sbagliato. Infatti, i terroristi negli ultimi attentanti in Belgio, in Francia e in Inghilterra sono nati e cresciuti in Europa: chiudere le frontiere non serve assolutamente a niente. Per combattere il terrorismo abbiamo bisogno di strumenti interni, di un’agenzia di intelligence a livello europeo che permetta uno scambio di informazioni, di una Procura Federale e dell’Europol; questi strumenti interni non hanno nulla a che fare con la sicurezza esterna, ovvero con la difesa e la politica estera.

Per quest’ultima il discorso è diverso: il tema dell’immigrazione nella politica estera è essenziale. Dobbiamo avere una politica di accoglienza molto più ampia, perché contrariamente a quello che dicono i giornali, non siamo invasi dai rifugiati. Nel mondo ci sono 16 milioni di rifugiati e solo 4 milioni si trovano in Europa; stiamo parlando di meno dell’1% della popolazione europea. Non è un’invasione! Oltretutto queste persone fuggono da paesi vessati da guerre, disastri ambientali, fame, spesso causati dall’Europa. Abbiamo il dovere di essere solidali con loro. Detto questo, bisogna avviare delle politiche in questi paesi in difficoltà, perché dobbiamo garantire non soltanto il diritto all’asilo ma anche la libertà di non emigrare. Questa fondamentale libertà si può garantire aiutando questi paesi a svilupparsi, ma per assicurarla necessitiamo di una politica estera comune. In alcuni paesi è difficile portare gli aiuti alimentari, perché vi sono situazioni pericolose, quindi abbiamo bisogno di strumenti logistici adeguati per poterli far giungere a destinazione. Per questo urgono armi e apparati militari, oppure missioni dell’Unione Europea a scopo preventivo.

  • Si sente molto parlare di “populismo”, soprattutto nell’accezione di minaccia per l’Unione Europea sia sul piano politico che economico. Nella sua pluriennale e consolidata esperienza, quanto è ipotizzabile il ripresentarsi di questi movimenti che sono sfociati nei regimi totalitari del XX sec.?

Il termine populismo, a mio avviso, è sbagliato. Si sono sviluppati in tutti i Paesi dei movimenti che vogliono recuperare la sovranità nazionale, pensando che il monopolio di quest’ultima garantisca la soluzione ai nostri problemi. È una posizione tecnicamente errata, poiché sussistono problematiche transnazionali. Abbiamo parlato in precedenza del terrorismo e dell’immigrazione, problemi che si risolvono insieme, o non si risolvono. Quindi un ritorno alla sovranità nazionale non risolverebbe i problemi, anzi li aggraverebbe ancor di più. Oltretutto queste posizioni sovraniste fanno riferimento alla pancia dei cittadini. I popoli adesso sono molto contaminati tra di loro, per cui non c’è un popolo europeo; nondimeno i popoli nazionali hanno perduto anche loro l’identità. Sono nati questi movimenti perché l’Europa non è stata in grado di risolvere alcuni problemi; si sono create delle paure e a quel punto i sovranisti hanno avuto la capacità di aprire un grande dibattito sull’Europa. Bisogna però contrastarli, trovare degli argomenti più forti rispetto ai loro e far capire in maniera chiara e netta in che misura le loro proposte non risolvono i problemi. Purtroppo la stampa e i media danno molto spazio a questi movimenti. Sabato prossimo [NdR 25 marzo] saranno sei le manifestazioni a Roma; se voi leggete il giornale o guardate la televisione, però, si parla soltanto delle manifestazioni contro l’Europa e invece tra di esse ci saranno anche delle manifestazioni fortemente europeiste. Staremo a vedere sabato se saranno più numerosi gli anti o i pro. Per vendere, i giornali evidenziano maggiormente notizie negative. Domenica scorsa ci sono state in cinquantatre città europee delle manifestazioni spontanee del movimento Pulse of Europe, nato in Germania da una coppia di Francoforte. Ogni domenica in un numero crescente di città europee ci sono cittadini che scendono in piazza per dire “Noi vogliamo più Europa”, eppure i giornali non ne parlano, o ne parlano troppo poco. Preferiscono parlare di Berlusconi che vuole la “Lira parallela” o di Salvini e Grillo che vogliono uscire dall’Euro: questo è un metodo diseducativo che sta sempre più prendendo piede nella stampa e nei media.

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