I risvolti europei del referendum costituzionale italiano

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Sessantotto anni fa entrava in vigore la Costituzione italiana. Solo due anni prima, nel 1946, gli italiani erano stati chiamati a scegliere, mediante referendum istituzionale, tra monarchia e repubblica. Il 54,3% di loro, memore della dittatura e del ventennio fascista che – complice l’inerzia della monarchia – avevano trascinato la penisola nell’orrore della Seconda guerra mondiale, decise di votare a favore della Repubblica.

Quello stesso 2 giugno, insieme alla forma di governo, i cittadini italiani scelsero anche i membri dell’Assemblea Costituente, il cui compito sarebbe stato – tra gli altri – quello di redigere la Costituzione della neo-istituita Repubblica Italiana. Vennero eletti uomini e donne la cui fama e la cui autorevolezza sono giunte sino a noi – ricordiamo Giuseppe Saragat, Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti, Leonilde Iotti, Paolo Emilio Taviani, Amintore Fanfani, Luigi Einaudi -; erano liberali, democratici, cattolici e marxisti: anime e sensibilità diverse, che, dopo più di un anno, diedero vita a una Costituzione che Norberto Bobbio ha definito «l’unico vero compromesso storico della storia repubblicana». Uno dei frutti di questo accordo fu l’adozione del bicameralismo perfetto, con il quale i Padri costituenti intendevano «garantire un più sicuro funzionamento democratico e un efficiente bilanciamento dei poteri».

È sull’abolizione del bicameralismo paritario – nonché «sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, sulla soppressione del CNEL e sulla revisione del Titolo V della parte II della Costituzione» – che i cittadini italiani domani saranno chiamati a esprimere il proprio voto. Essi dovranno decidere se approvare o meno la legge di revisione costituzionale promossa dall’attuale Governo Renzi e mirante a “modernizzare” la loro Legge fondamentale.

La consultazione popolare in ambito costituzionale non è certo una novità ed è, peraltro, prevista dall’art. 138 della Costituzione italiana, secondo il quale le leggi di revisione costituzionale – quelle non approvate in seconda votazione a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera – «sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali». Già nel 2001 il popolo italiano votò a favore di una modifica in senso “federalista” del Titolo V della Carta costituzionale, mentre nel 2006 si espresse in maniera contraria nei riguardi di una legge che «si proponeva di mettere fine al bicameralismo paritario».

Non intendiamo entrare nel merito della riforma attuale. La nostra vuole essere, più che altro, un’analisi – seppur breve – del sentimento europeo e statunitense in riferimento all’odierna consultazione popolare in Italia.

Strettamente legata al risultato del referendum di quest’oggi è, anzitutto, la stabilità del governo e, di conseguenza, dello Stato italiano. «Se perdo il referendum costituzionale considero fallita la mia esperienza politica» ha ripetuto Renzi fino a qualche mese fa per poi fare un passo indietro sia perché sollecitato da alcuni leader moderati a evitare la personalizzazione referendaria, sia per placare i timori che avevano cominciato a serpeggiare non solo a livello dell’Unione, ma anche nei mercati finanziari internazionali. Questa “ritirata strategica” del Premier non è tuttavia servita a far desistere leader ed esponenti dei partiti anti-sistemici ed euroscettici italiani, per i quali continua a valere l’equazione ‘vittoria del “No” = Renzi va a casa’.

Dopo il referendum britannico del giugno scorso e il crescente dilagare dei nazionalismi, le istituzioni dell’Unione Europea guardano a questo referendum con forte preoccupazione. «Non voglio interferire in questo dibattito. Ma che l’Italia debba continuare un processo di riforme è una cosa ovvia» – ha affermato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, solo qualche giorno fa. «Non so se sarei utile a Renzi dicendo che vorrei che vincesse il “Sì”», ha aggiunto, «Mi limito a dire che non vorrei vincesse il “No”. Vorrei che il Paese ritrovasse il suo posto fra i grandi attori dell’Unione. L’Italia fa parte dell’Europa in modo essenziale. Se la perdessimo come architetto, ispiratore, artigiano dell’Europa, non sarebbe più la stessa cosa».

Secondo numerosi osservatori e analisti europei e non, la vittoria del “No” in questo momento rappresenterebbe non solo una sconfitta personale del Presidente del Consiglio italiano, ma anche una disfatta e un vero e proprio shock per l’intera Unione Europea. “Italy May Be Next Domino to Fall”, recita la seconda parte del titolo di un articolo di Jason Horowitz del New York Times. The Washington Post arriva persino ad asserire che il «referendum italiano potrebbe avere conseguenze disastrose per l’Europa e il mondo», soprattutto in termini finanziari. I giornalisti d’oltreoceano mettono inoltre in guardia da un’eventuale salita al Governo di quei partiti dichiaratamente euroscettici o anti-europeisti che hanno più volte ribadito di voler rinviare a una consultazione popolare la questione della permanenza dell’Italia nell’Eurozona o, addirittura, nella stessa Unione. Una minaccia, quest’ultima, già paventata all’indomani della Brexit, quando The Guardian aveva previsto un’imminente “Quitaly”.

E se nelle scorse settimane Wolfgang Münchau del Financial Times aveva prospettato, in caso di rigetto delle misure proposte dal Governo Renzi, uno scenario apocalittico fatto di instabilità politica, turbolenze sui mercati, disintegrazione dell’Eurozona e dell’UE oltre che il possibile fallimento di ben otto banche italiane – incassando per quest’ultima affermazione il “No comment” del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi -, lo scorso 26 novembre The Economist si è apertamente schierato a favore del “No” sostenendo non solo che «la modifica alla costituzione promossa da Renzi non affronta il problema principale, cioè la riluttanza dell’Italia a fare le riforme», ma anche che «le dimissioni di Renzi non sarebbero la catastrofe che molti in Europa temono».

Dopo tante speculazioni ed elucubrazioni, ora spetta al popolo italiano – fino a prova contraria ancora sovrano – decidere.

Vedremo quale sarà la sua risposta.

Fonti:
www.treccani.it; www.forexinfo.it; www.senato.it; www.tpi.it; www.tpi.it; www.ilgiornale.it; it.euronews.com; www.lastampa.it; www.iltempo.it; www.washingtonpost.com; www.theguardian.com; www.ft.com; www.repubblica.it; www.corriere.it; www.ansa.it; www.economist.com; www.huffingtonpost.it.

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