Nuovi scenari nella politica estera ed economica degli Stati Uniti?

Foto ritratto del prof. David Unger, Adjunct Professor of American Foreign Policy – Johns Hopkins University
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Nuovi scenari nella politica estera ed economica degli Stati Uniti?

(Intervista di David Marinelli – OGIE – al Prof. David Unger, Adjunct Professor of American Foreign Policy – Johns Hopkins University, 18 novembre 2016)

Quali scenari si prospettano nei rapporti USA/UE sotto la presidenza Trump? E, a suo parere, quale sarà la politica di Trump verso l’Unione europea, considerando anche lo scenario Mediterraneo e l’accordo TTIP?

Credo che Trump, a differenza dei suoi predecessori, considererà l’alleanza con l’Europa, inclusa quella con i Paesi europei membri della NATO, sempre meno prioritaria. Il neo presidente ha già reso noto che anche gli altri Paesi ricchi facenti parte della NATO dovranno contribuire in misura maggiore alle spese militari e alle spese di gestione ordinaria della NATO. Trump inoltre non sembra incline a considerare l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica come un’automatica entrata in guerra degli Stati Uniti per difendere un qualsiasi Stato membro della NATO, nel caso quest’ultimo subisse un attacco armato. Tecnicamente è corretto. L’Art. 5 infatti prevede che ogni Stato membro “debba assistere il Paese o i Paesi attaccati, con le misure che ritiene necessarie, individualmente e di concerto con gli altri Paesi membri dell’Alleanza”. Fino a oggi, la logica dietro questo principio era la garanzia militare da parte statunitense di scendere in guerra per difendere un qualunque Stato membro che avesse subito un attacco esterno. Ora, un qualsiasi cambiamento di questo assunto avrà delle conseguenze enormi nella stesura dei piani strategici di difesa da parte degli Stati membri della NATO. Forse quest’interpretazione da parte di Trump è soltanto il tentativo di conferire una veste formale a ciò che è diventata ormai una realtà di fatto. Tutti gli Stati dell’Unione europea hanno stabilito, più o meno saggiamente, di spendere almeno il 2% del PIL nel settore della Difesa, ma la maggior parte di questi Paesi non lo sta facendo. E una recente indagine mostra chiaramente che la maggioranza degli intervistati in quasi tutti i Paesi europei membri della NATO non crede che il proprio Paese debba scendere in guerra per difendere un altro Paese membro che abbia subito un’aggressione.

L’Unione europea apre un’altra serie di problemi, dal momento che gli Stati Uniti non ne fanno parte. Nel corso degli anni i presidenti USA si sono sempre mostrati molto decisi nel consigliare l’Europa su quali nuovi Paesi accogliere, quali politiche monetarie e quali politiche migratorie intraprendere, oltre a pronunciarsi su molte altre questioni europee. Penso che Trump inizi a dare una svolta graduale a tutto questo, e potrebbe addirittura cercare alleati proprio in quei governi più marcatamente di destra e ostili al progetto europeo, per esempio quelli attualmente in carica in Polonia e in Ungheria; e se la Le Pen dovesse vincere le prossime presidenziali, anche in Francia.

Credo che il TTIP non abbia alcun futuro sotto la presidenza Trump, almeno in nessuna forma tangibile. Ovviamente è superfluo aggiungere che qualsiasi importante decisione presa dagli Stati Uniti in materia di commercio internazionale, deficit spending e politica monetaria avrà sicuramente conseguenze non trascurabili, sia in positivo che in negativo, sulle economie europee.

Il presidente Obama, durante la sua ultima visita in Grecia ha rassicurato i partner europei affermando che gli USA manterranno gli impegni con la NATO, mentre Trump, in una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, ha affermato che la priorità dovrà essere normalizzare i rapporti con la Russia. Sembrano due posizioni molto diverse: quale sarà la politica statunitense verso la Russia, e come questa inciderà sul futuro dell’Unione europea?

Credo che Obama non possa fornire garanzia alcuna riguardo l’attività dell’amministrazione Trump, o su ciò che farà o non farà nei riguardi della NATO o della Russia. Inoltre, quasi tutti i trattati prevedono delle clausole di uscita che permettono a uno Stato membro di ritirarsi da un trattato di fronte al rifiuto di altri Paesi membri di mettersi d’accordo su alcuni cambiamenti proposti da una parte di essi. Ciò è stato fatto, per esempio, dall’amministrazione di George W. Bush in occasione del Trattato Anti Missili Balistici (ABM Treaty).

Dato lo squilibrio di potere di cui godono gli Stati Uniti nelle relazioni con i singoli partner europei, il risultato più probabile sarebbe l’ottemperamento da parte europea alle richieste statunitensi, piuttosto che la fine tout court degli accordi di libero scambio e di difesa esistenti. Ma non possiamo fare nessuna previsione esatta per il momento, in quanto sia Trump, sia i suoi omologhi europei, potrebbero essere maggiormente avvantaggiati dall’uscita da tali trattati piuttosto che accettare delle modifiche di compromesso, soprattutto per le loro esigenze di politica interna. Sarebbe possibile, all’interno del sistema di governo statunitense, fermare Trump se dovesse intraprendere una scelta di governo così radicale? Probabilmente no, o almeno non prima delle elezioni del mid-term del 2018, dovessero queste dare un esito negativo per la presidenza Trump.

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