Il programma del Governo Gentiloni e l’Unione Europea

A seguito dell’esito negativo del referendum che si è tenuto in Italia e delle dimissioni del governo guidato da Renzi, il 12 dicembre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incaricato l’onorevole Paolo Gentiloni Silveri di formare un nuovo Governo. Successivamente, il neo Presidente del Consiglio ha presentato dinanzi alle Camere ai fini della fiducia il nuovo esecutivo e ha precisato che questo sarebbe stato un “[…] Governo di responsabilità, garante della stabilità delle nostre istituzioni”.

Il programma del Governo Gentiloni ci ha offerto la possibilità di effettuare una prima analisi circa la corrispondenza tra le linee guida dell’agenda dell’Esecutivo e il concetto astratto di “bene comune”, nell’ottica dell’esercizio di una leadership positiva.

È interessante rilevare come nell’incipit del suo discorso, il neo Premier abbia richiamato espressamente il carattere vincolante dei dettami costituzionali: nello specifico, ha posto a fondamento del suo incarico quegli stessi principi contenuti nella Costituzione.

Il nuovo Primo Ministro ha rivendicato esplicitamente i risultati conseguiti dal precedente Governo, sottolineando la loro efficacia sia nella politica interna che in quella internazionale; nonostante tale pubblico riconoscimento e l’appoggio della medesima maggioranza, Gentiloni ha inquadrato l’opera del nuovo Esecutivo all’interno di un contesto diverso, caratterizzato dall’instabilità politica ulteriormente aggravatasi dopo le ultime vicende referendarie.

Nell’affermare ciò, il Premier ha manifestato la chiara volontà di superare le polemiche politiche concernenti la legittimità del suo Governo, per concentrarsi definitivamente sulla concretizzazione del nuovo programma: “lascio alla dialettica tra le forze politiche il dibattito sulla durata del nuovo Governo. Per quanto ci riguarda, vale la Costituzione: il Governo dura fin quando ha la fiducia del Parlamento”.

In merito alla politica interna, il primo problema che si intende affrontare riguarda le zone colpite dal terremoto: nel programma si evidenzia esplicitamente una correlazione tra l’attuale efficienza dell’opera di ricostruzione e la qualità del futuro di gran parte del centro Italia.

In materia di legge elettorale, invece, all’Esecutivo è stata assegnata una mera funzione di ausilio e sollecitazione, mantenendo un ruolo non protagonista e limitandosi a promuovere e trovare intese efficaci tra Camera e Senato.

In linea di continuità con il programma del Governo uscente, si è posto l’intento di incentivare e ultimare le grandi azioni di riforma attualmente in corso, ossia la riforma della Pubblica Amministrazione e la riforma del processo penale.

In campo economico il programma si è presentato particolarmente denso, prevedendo: nell’ambito sociale l’attuazione della riforma del lavoro e, in particolare, delle procedure normative del sistema pensionistico; in ambito bancario, invece, il Premier ha parlato di un’Italia solida, caratterizzata da un sistema economico complessivamente forte e ha esposto la programmazione di un’attività governativa, volta alla tutela degli istituti bancari e dei risparmiatori, che si fonda sulla ristrutturazione e sugli aumenti di capitale attraverso il ricorso al mercato; in merito alla valorizzazione del territorio, è stata prevista la formazione di un Ministero dedicato al Mezzogiorno e alla coesione territoriale, contesto in cui Gentiloni ha espresso la consapevolezza di un’azione ancora insufficiente, nonché la necessità di una modernizzazione che valorizzi la crescita economica del Sud Italia; a conclusione del quadro economico, in ottemperanza  agli obiettivi internazionali, è stata rilanciata la sfida ai grandi gruppi industriali, in conformità con il piano dell’industria 4.0 (che prevede la formazione di nuovi assetti industriali), sfida che, peraltro, risulta imprescindibilmente legata alla green economy.

Altre indiscusse priorità dell’agenda del nuovo Presidente del Consiglio riguardano il piano internazionale, in riferimento al quale l’Italia sarà chiamata a rivestire incarichi di rilievo, tra cui l’assunzione della Presidenza del G7 e l’insediamento all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite insieme ad altri nove Paesi che, sulla base della turnazione, si aggiungono ai cinque membri permanenti.

Tali compiti sono resi ancor più complessi a causa del clima di tensione e incertezza in ambito geopolitico, caratterizzato da un’esponenziale crescita dei populismi, dall’incapacità di gestione della crisi siriana e dalle incognite legate alla nuova presidenza americana, alla quale fa esplicito riferimento Gentiloni, riconfermando “ciecamente” la partnership con gli Stati Uniti.

In ordine alle tematiche connesse all’Unione europea si segnala, innanzitutto, il passaggio del discorso del Presidente del Consiglio che investe la politica in materia di rifugiati. In merito al dibattito in corso sul “Regolamento di Dublino”, che disciplina la prima accoglienza dei rifugiati, l’Italia con intransigenza si opporrà alle incongruenze delle politiche di austerity dell’Unione Europea, troppo rigide in campo economico e, al contrario, troppo spesso eludibili sulla suddivisione delle responsabilità nei contesti socio-umanitari.

Più in generale, con riferimento al contesto europeo, il neo Premier, come aveva già fatto in altre occasioni, enfatizza la funzione dell’Italia come Paese Fondatore “[…] di questa straordinaria esperienza che è l’Unione Europea […]”, rimarcando volontà e fiducia nel progetto e nei valori comunitari, già saldamente sostenuti dal precedente Governo: è per questo che il Primo Ministro suggerisce di considerare il sessantesimo anniversario dalla stipula del Trattato di Roma non come mera celebrazione di una tappa, ma come una scommessa sul futuro, “[…] un momento di discussione proiettata verso l’avvenire”. Non è però chiaro se per conseguire questo risultato il governo intenda rilanciare una proposta fatta dallo stesso on. Gentiloni quando era Ministro degli Esteri, ossia l’assunzione di una iniziativa politica da parte degli Stati fondatori, proposta molto criticata da diversi Stati membri per il ruolo marginale che verrebbe svolto dagli altri partner dell’Unione e rimasta sostanzialmente minoritaria nel consesso europeo, ovvero se intenda percorrere altre strade per dare nuovo impulso all’integrazione comunitaria.

È certo però che i temi indicati come prioritari dal nuovo esecutivo non solo intersecano diversi settori di azione dell’Unione europea, ma investono questioni di particolare rilevanza nel processo di integrazione.

Un esempio è dato dai motivi di contrasto che sembrerebbero emergere sulla “questione terremoto” come dimostra il confronto tra Italia e Unione europea sul “rapporto deficit/pil”: se, da un lato, l’Unione ha da subito finanziato la ricostruzione post-terremoto consentendo all’Italia di attingere al Fondo solidarietà, dall’altro la Commissione ha ribadito che le spese inerenti all’emergenza terremoto non possono considerarsi incluse nella trattativa deficit/pil, qualora si trasformino in spese strutturali e non più d’emergenza.

Altro esempio è offerto dalla riforma del Regolamento di Dublino perché l’esigenza di modificare la regolamentazione relativa alla competenza sulle domande di protezione internazionale continua ad essere coniugata alla questione dei vincoli di bilancio all’interno della zona euro e alla creazione di meccanismi di solidarietà effettiva tra i partner. Nella stessa prospettiva di un intervento, all’interno del quadro normativo comunitario, in settori di particolare rilevanza per contrastare l’emersione dei populismi si colloca l’assunzione quale oggetto di azione del mercato del lavoro, della ridefinizione del ruolo dello Stato nelle crisi bancarie, del sostegno alle regioni più povere, dell’innovazione tecnologica per una conversione dell’economia.

Il riferimento fatto in campo economico ad un approccio ecosostenibile, che possa sfruttare al meglio le risorse naturali di cui l’Italia dispone, mediante la progettazione di strutture che possano dare un notevole contributo allo sviluppo della green economy a livello nazionale si connette alla sfida che l’Unione europea ha lanciato di coniugare sviluppo economico e tutela dell’ambiente e richiama gli impegni assunti a livello internazionale in materia ambientale.

Il perseguimento del bene comune come risultato di una leadership positiva non passa però solo dall’affrontare le sfide sottese alle questioni indicate e rispetto alle quali manca un sentire comune tra gli Stati membri, ma esige una maggiore capacità di iniziativa nell’ambito della comunità internazionale.

Nella recente cerimonia di insediamento il Presidente Trump ha ribadito la sua visione della politica estera statunitense efficacemente sintetizzata dallo slogan “America First”. Di fronte al possibile disimpegno degli Stati Uniti, potrebbero aprirsi spazi per l’azione dell’Unione europea nella comunità internazionale, a condizione che gli Stati membri riescano a superare gli interessi nazionali per elaborare sulla base di valori condivisi una politica estera realmente comune.

Certamente è rassicurante la visione del neo Premier che, richiamando il prossimo sessantesimo anniversario dalla stipula del Trattato di Roma, delinea la prospettiva di un’Unione Europea ancora ispirata ai valori fondanti di cooperazione e condivisione sociale. Infatti, è in questo contesto che possiamo riscontrare la ricerca di un’attività effettivamente volta al “bene comune”, inteso come l’impegno, da parte degli Stati Membri, per creare quell’insieme di condizioni che consentano la piena realizzazione della persona umana.

Questa ci sembra sia la strada da percorrere per consolidare il processo di integrazione, superando i risorgenti nazionalismi di ispirazione populista.

A cura di

Adriana Brusca
Vincenzo Mignano
Simona Rizza

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