La crisi di leadership e sovranità

Professore Ferri relazione al Secondo Workshop OGIE
OGIE

I workshop, organizzati dall’OGIE in collaborazione con la LUMSA e la Rappresentanza in Italia della Konrad-Adenauer-Stiftung e incentrati su tre questioni di particolare rilevanza nell’attuale fase del processo di integrazione – economia, sovranità-leadership e immigrazione -, si propongono di fornire ai giovani membri dell’Osservatorio gli strumenti e le informazioni necessarie per l’elaborazione di una proposta di rilancio dell’Unione europea da presentare il 27 aprile prossimo nel corso di una conferenza che si svolgerà presso il Dipartimento di Giurisprudenza di Palermo dell’Università LUMSA.

Il 9 marzo si è svolto il secondo seminario tenuto dal Prof. Rocco Pezzimenti, docente di Filosofia politica e Storia delle dottrine politiche.

Inizialmente, il Prof. Pezzimenti ha concentrato la sua relazione sulla differenza concettuale tra rappresentanza, leadership e sovranità. La rappresentanza, con la sua duplice natura pubblica e privata, deve essere intesa quale trasmissione formale del potere tra chi detiene la sovranità e chi è legittimato a imprimere contenuto al comando politico. La forma della rappresentanza muta nel corso del tempo; nell’epoca degli assolutismi moderni, il monarca rappresentava se stesso e la nazione: la frase “L’État, c’est moi” di Luigi XIV è l’emblema di questa concezione. La grande innovazione, con riferimento alla rappresentanza, è costituita dalla natura sociologica che questa ha assunto negli Stati moderni, che ha determinato una differenza epocale rispetto al passato: nell’antichità non era ipotizzabile una rappresentanza politica per determinate categorie di soggetti, tra cui gli schiavi, considerati res dallo stesso diritto romano.

Due sono i momenti storici cruciali per la definizione della rappresentanza: la Rivoluzione inglese, che ha fatto salvo il criterio di rappresentanza pubblica e privata, e la Rivoluzione francese, in cui il rappresentante agiva per conto della collettività individuata nella Nazione. Questi eventi storici fungono da catalizzatore per l’introduzione negli ordinamenti statali di determinati principi considerati cardine nella società moderna, dai quali derivano istituti di recente formazione: l’esempio tipico è rappresentato dal suffragio universale.

Nell’età contemporanea la rappresentanza assume una connotazione differente, in quanto viene concepita come strumento di controllo nelle mani dei cittadini, un mezzo attraverso il quale incidere sulla formazione del potere e sulla gestione della cosa pubblica.

Il Prof. Pezzimenti ha osservato che la democrazia per delega, struttura fondante di buona parte dei sistemi statali moderni, nasce con l’ideologia liberale. Il cittadino, tramite l’esercizio del diritto di voto, partecipa direttamente alla scelta dei rappresentanti e indirettamente all’amministrazione degli interessi della collettività: ciò risponde a una precisa condizione filosofica e politica propria dell’essere umano. Il sistema della democrazia mediata, tuttavia, entra in crisi nel momento in cui si crea un divario eccessivamente ampio nel rapporto tra governati e governanti, crisi da cui scaturisce l’odierno fenomeno dei populismi che, riproponendo una visione distorta della democrazia diretta, incentiva fraintendimenti di tipo teorico-concettuale a supporto di sentimenti nazionalistici difficilmente conciliabili con l’indispensabile spinta propulsiva verso la globalizzazione che la contemporaneità esige. Oggi, si cerca di far convivere la rappresentanza locale con la rappresentanza dello Stato e, ponendo la questione a un livello superiore, si tenta di creare delle fonti eterogenee che permettano la ripartizione delle competenze tra i governi nazionali e le istituzioni sovranazionali: si tratta di un equilibrio che si rintraccia perfettamente nell’idea di “Europa federale” alla quale aspiravano i Padri fondatori delle Comunità europee.

La relazione del Prof. Pezzimenti ha ricordato che il criterio di rappresentanza è uno strumento fondamentale per la formazione della leadership intesa, nel suo senso più ampio, come posizione di preminenza con funzione di guida in uno schieramento politico o culturale. Nello stesso tempo è stato evidenziato il rischio di una leadership “improvvisata” la quale porterebbe a una politica priva di ogni criterio ideologico e sociologico.

Concetto di più recente formazione, invece, è costituito dalla sovranità, intesa come quella qualità giuridica esclusivamente pertinente all’imperium dello Stato in quanto potere originario indipendente da ogni condizionamento. Nel mondo antico la struttura fisiologica della sovranità ammetteva una concezione multiforme, grazie alla quale più sovranità convivevano insieme.

Oggi, la riscoperta della dimensione valoriale impone un criterio di sovranità differente, influenzato dalla redistribuzione delle competenze tra autorità nazionali e sovranazionali, nonché volto al superamento di tutte quelle problematiche legate alla genesi, ai fondamenti e ai limiti della sovranità stessa. Da tali questioni è scaturito l’evolversi di una crisi della sovranità: tuttavia, se si intendesse il termine crisi nel suo significato etimologico, quale ‘trasformazione’ e ‘crescita’, allora sarebbe possibile ammettere un ampliamento del concetto stesso di sovranità, inteso non più come patto sociale tra i singoli individui, ma elevato a un livello universale che ingloba al suo interno tutti i principi e i diritti fondamentali su cui si sviluppa la dignità della persona in quanto tale. Esemplificativo di quanto affermato è l’universale riconoscimento dei diritti umani non più veicolati dalle sovranità nazionali, ma inseriti all’interno di Convenzioni internazionali che ne permettono una tutela giurisdizionale diretta.

Una sovranità che non incontra limiti non può comunque configurarsi come arbitraria: superata la concezione machiavellica secondo cui il fine giustifica i mezzi, diventa incontrovertibile l’idea per cui non è lo Stato sovrano a creare il diritto in capo alla persona, ma questo gli appartiene, in quanto tale, se concernente la sua dignità di essere umano, residuando una funzione di mero riconoscimento agli ordinamenti giuridici; seguendo la tradizione filosofico-culturale di Rosmini: “la persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anche l’essenza del diritto”.

L’Unione europea, nonostante abbia dato un contributo consistente alla concretizzazione di questi principi, ancora oggi soffre l’apposizione di barriere nazionali, date dalla reticenza degli Stati, nella cessione delle proprie competenze, al raggiungimento di una reale dimensione comunitaria. Come ha analiticamente sottolineato il Prof. Pezzimenti, si avverte oggi l’esigenza di approfondire il processo di integrazione mediante l’attrazione in capo alle istituzioni europee di competenze in materia di politica estera e difesa comune, che permetterebbe all’Unione di colmare la lacuna dettata dalla scelta di prediligere un’unione monetaria piuttosto che una base valoriale comunemente condivisa.

Per il raggiungimento di questi obiettivi è indispensabile il pieno sviluppo di un’autentica responsabilità che si articoli su un duplice piano: una “responsabilità a istruire” in capo alle istituzioni, al fine di educare i cittadini alla politica, intesa nella sua più alta accezione di interesse al bene comune; una “responsabilità a informare”, che grava sui mezzi di informazione e sui cittadini stessi, volta a garantire un più corretto equilibrio nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati mediante il potere di controllo di quest’ultimi sull’operato dei governanti.

Il Prof. Pezzimenti ha concluso la sua relazione affermando che cedere parte della sovranità non implica necessariamente il metterla in crisi; al contrario, significa creare una sovranità nuova caratterizzata dal rispetto dei diritti della persona da parte delle autorità statali.

A cura di

Adriana Brusca
Vincenzo Mignano
Simona Rizza

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