Intervista a Lapo Pistelli, Direttore relazioni internazionali di Eni

Foto di Lapo Pistelli, direttore relazioni internazionali di Eni
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Il medico, statistico e accademico svedese Hans Rosling nel suo ultimo libro, Factfulness, individua dieci istinti, alla base dei cosiddetti mega-equivoci. Si sofferma su quali siano le motivazioni profonde per cui abbiamo un’immagine distorta e tendente al negativo del mondo che ci circonda. Il primo e più importante è l’istinto del divario, definito dallo stesso Rosling come «tentazione irresistibile di dividere ogni genere di cose in due gruppi distinti e spesso contrastanti, con un fantomatico divario – un enorme abisso di ingiustizia – nel mezzo»[1]. Secondo lo studioso, è fuorviante immaginare un mondo diviso in due, Paesi ricchi contro Paesi poveri; piuttosto, egli immagina una suddivisione delle condizioni di vita in quattro livelli: povertà estrema, livello medio-basso, livello medio-alto e livello elevato. Ormai, sostiene Rosling, gran parte di coloro che vivono nei Paesi in via di sviluppo è uscita dalla condizione di povertà estrema per trovarsi in qualche punto intermedio della suddetta classificazione. Risulta quindi obsoleta una concezione che veda i Paesi non occidentali come fatalmente condannati alla staticità e all’arretratezza.

Con questa intervista vogliamo mettere in luce le potenzialità e i paradossi di un continente, l’Africa, sul quale si nutrono ancora idee datate, basate su un sostanziale pessimismo rispetto alle reali possibilità di progresso e modernizzazione.

Ne parliamo con Lapo Pistelli, Direttore relazioni internazionali di Eni.

«L’Africa è un continente che Eni conosce bene»: così recita un pannello esplicativo della esposizione DatAfrica, realizzata da Eni presso il MAXXI di Roma. Qual è, secondo lei, il più grande pregiudizio nei confronti dell’Africa?

Il principale pregiudizio verso l’Africa mi sembra in qualche modo riconducibile all’“istinto del divario” cui fa riferimento Rosling: quello secondo cui il continente è prevalentemente fonte di problemi e minacce piuttosto che di grandi opportunità, in particolare per l’Europa e l’Occidente. È  un pregiudizio che ha radici antiche: per molti secoli l’Africa ha rappresentato infatti il luogo della cattiva coscienza dell’Occidente, dove le responsabilità prima della schiavitù e poi del colonialismo cercavano di essere dimenticate o rimosse. Ma oggi siamo entrati in una stagione nuova: l’Africa si sta risvegliando e la lunga epoca storica che la vedeva come “paria del mondo” si sta irreversibilmente esaurendo: gli africani si stanno riappropriando della loro storia e ciò non rappresenta affatto una minaccia, bensì un’importante opportunità sia all’interno che all’esterno dei confini africani. L’Europa e il mondo devono saper interpretare al meglio questa nuova stagione del continente, mettendo in discussione un modello di cooperazione che non è mai riuscito a funzionare in pieno. Si pensi che nel 2050 un terzo della popolazione giovanile mondiale si troverà in Africa, laddove già oggi oltre il 60% popolazione africana ha meno di 24 anni. Dal modo in cui queste decine di milioni di giovani si integreranno nel mercato del lavoro e nella crescita economica del continente dipenderà il futuro non solo dell’Africa, ma di tutti noi.

Parliamo di cooperazione allo sviluppo. Da più parti si invoca la necessità di un “piano Marshall” per l’Africa, sostenuto dall’Unione Europea: ritiene questa opzione percorribile?

Partiamo da un dato: dal 1960 sono stati trasferiti ai Paesi africani dal resto del mondo, sotto forma di “Fondi di sviluppo e aiuto”, oltre mille miliardi di dollari, di cui oltre 440 solo negli ultimi 10 anni, cui vanno aggiunti gli investimenti del settore privato e no‐profit. Nonostante questi sforzi ingenti, larga parte dell’Africa deve ancora completare il suo sviluppo, molte economie sono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime e semilavorati e oltre seicento milioni di persone non ha ancora accesso all’energia elettrica.

Per cambiare questo stato di cose è necessario promuovere nel continente un modello di sviluppo diverso, che preveda una programmazione a lungo termine piuttosto che progetti di breve respiro, i quali rischiano di vampirizzare il territorio lasciando ben poco in cambio. È necessario che gli Stati, le imprese e le istituzioni internazionali adottino un approccio che riconosca e valorizzi, più del passato, le numerose specificità della cultura africana, a partire dalla sua dimensione imprenditoriale. È auspicabile che le economie dei Paesi africani si diversifichino riducendo la dipendenza dall’oil&gas e dalle materie prime in genere, promuovendo progetti legati allo sviluppo di una filiera agricola moderna e di processi manifatturieri ed industriali che mettano a frutto le risorse naturali africane, per gli africani. Infine, bisogna fornire a tutti gli africani energia pulita ed economica, basata sul binomio gas e rinnovabili e libera dai sussidi, per un rilancio sostenibile dell’economia e della qualità della vita. Non a caso, il modello di cooperazione promosso da Eni nel continente da molti decenni si fonda sul principio “dual flag“, ovvero operando in collaborazione con i Paesi ospitanti, interagendo su base continuativa con le istituzioni e gli stakeholder locali in modo da individuare gli interventi necessari per rispondere alle esigenze delle comunità locali.

Quale ruolo ricopre l’energia in questa nuova cooperazione? Auspicherebbe una più stretta cooperazione tra Unione Europea e Unione africana su questo fronte?

Nonostante l’Africa abbia un potenziale energetico enorme sia in termini di gas che di rinnovabili, il mix energetico nel continente stenta a modernizzarsi: per circa il 50% è infatti ancora basato sulle biomasse tradizionali per usi civili, che causano gravi patologie respiratorie e la morte di circa quattro milioni di persone ogni anno, soprattutto donne e bambini, per le emissioni in ambienti chiusi. Sotto il profilo energetico esiste peraltro una complementarità forte tra Europa e Africa: l’Africa ha circa il 17% della popolazione mondiale ma consuma solo il 6% dell’energia globale, mentre l’Europa rappresenta l’8% della popolazione mondiale ma consuma circa il 14% dell’energia globale ed è un importatore di risorse energetiche. Una più stretta cooperazione tra Europa e Africa – quale quella da lei auspicata nella domanda – contribuirebbe a garantire un futuro energetico più stabile per entrambi i continenti permettendo anche di rispettare i limiti sulle emissioni. Inoltre, aumenterebbe l’occupazione, migliorando le condizioni di vita e creando maggiore stabilità sociale con impatti positivi anche sui flussi migratori.

Rimaniamo su questo tema. Senza energia non c’è sviluppo. Eni sostiene alcune startup africane impegnate nella ricerca di soluzioni innovative per la sostenibilità e l’accesso all’energia. In che modo si declina il binomio energia-sviluppo e perché riveste un ruolo tanto importante proprio per il continente africano?

Uno degli esempi più recenti e innovativi dell’efficace binomio tra energia e sviluppo è il Memorandum d’Intesa firmato a settembre da Eni e lo United Nations Development Programme (UNDP), il più grande programma di assistenza delle Nazioni Unite. L’accordo mira a favorire il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs) e, in particolare, l’accesso universale all’energia entro il 2030, con azioni volte a combattere i cambiamenti climatici e la protezione, il ripristino e l’uso sostenibile dell’ecosistema terrestre. Si tratta di una novità per il settore energetico e sottolinea la credibilità dell’impegno di Eni e la solidità del nostro modello di business. Il documento, infatti, stabilisce un modello inedito di cooperazione tra le organizzazioni internazionali e le imprese nel settore energetico, sottolineando al tempo stesso un impegno sempre più concreto per lo sviluppo dell’Africa. I progetti potranno riguardare l’energia rinnovabile, l’efficienza energetica, la riforestazione e il clean cooking.

Un rapporto pubblicato nel marzo del 2018 dalla Banca mondiale sulle migrazioni climatiche evidenzia come nel 2050 143 milioni di persone saranno «migranti climatici», i quali proverranno in massima parte dall’Africa subsahariana, dall’Asia meridionale e dall’America Latina. Come interpreta il rapporto tra surriscaldamento globale e migrazioni? Quali sono le misure messe in campo da Eni, in quanto attore dell’energia a livello internazionale, per porre un freno a questa situazione che si prospetta drammatica?

Eni è molto impegnata da diversi anni sul fronte della decarbonizzazione, che infatti è parte fondamentale anche del piano strategico 2018-2021. Il nostro percorso di decarbonizzazione si basa su quattro pilastri che riguardano sia le attività di business sia le nuove prospettive energetiche. Dal 2007, Eni ha ridotto le emissioni dirette di CO2 da attività di esplorazione e produzione di circa il 40%, migliorando tutti gli indici e le performance. Investendo oltre 550 milioni di euro nel Piano strategico, Eni mira, entro il 2025, ad azzerare il fenomeno del gas bruciato in torcia (gas flaring), ad abbattere dell’80% le emissioni fuggitive di metano rispetto al 2014 e a ridurre del 43% le emissioni dirette di gas serra nelle attività di produzione rispetto al 2014. Nel prossimo triennio, Eni investirà oltre 1,8 miliardi di euro nello sviluppo del settore rinnovabili (business green), generando una diminuzione di 28 milioni di tonnellate di emissioni dirette e indirette di CO2. Negli ultimi dieci anni, la ricerca Eni sulle Energie Rinnovabili (Solare e Biomasse) e sulla Salvaguardia e Recupero Ambientale ha prodotto più di 180 invenzioni proprietarie coperte da oltre 500 brevetti in Italia e nel mondo cui si aggiungono oltre 750 pubblicazioni scientifiche. Riteniamo che la transizione energetica sia tra le sfide più importanti dei prossimi decenni e siamo in prima fila anche in questo processo.

Un’ultima domanda: secondo lei è possibile immaginare un concreto e duraturo sviluppo economico in un contesto caratterizzato dall’assenza dello stato di diritto in molti Paesi africani?

Sviluppo umano ed economico non possono andare disgiunti. Sarebbe tuttavia inaccettabile rappresentare tutta l’Africa di oggi come una terra priva di diritti umani e civili. Anche su questo fronte il continente sta affrontando progressi incrementali, poco immaginabili fino a pochi anni fa, anche se molta strada resta ancora da compiere. In molti paesi africani si sta registrando un importante ricambio delle classi dirigenti, laddove gli storici leader protagonisti delle lotte di indipendenza stanno gradualmente lasciando il passo a nuove personalità più internazionalizzate, che spesso hanno vissuto e studiato all’estero. Un recente studio del National Intelligence Council, ad esempio, rivela che negli ultimi dieci anni i cittadini africani che considerano una priorità la trasparenza delle procedure democratiche, sia passato dal 65 all’80%. Ad agosto 2017, per la prima volta nella storia, la Corte Suprema di uno Stato africano ha annullato l’esito delle elezioni accogliendo un ricorso delle opposizioni, e la decisione è stata pienamente rispettata dal governo e dagli altri contendenti. Il numero di elezioni locali che si svolgono anche in aree molto remote del continente è in costante aumento, con una competizione crescente e positiva tra i partiti di governo e quelli di opposizione. Gli esempi potrebbero continuare, anche se un continente così vasto continua ad essere profondamente diversificato al suo interno.

“La saggezza non arriva in una notte”, recita un antico proverbio somalo. Le sfide dell’Africa richiedono un approccio sistematico e di lungo termine, ma il continente ha già in sé tutte le risorse per poterle affrontare. Bisogna saperle riconoscere con attenzione affinché possano trovare la chiave per esprimersi al meglio.

[1] H. Rosling con O. Rosling e A. Rosling Rönnlund, Factfulness, Milano, Mondadori, 2018.

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