“Il mondo che verrà”: uno sguardo sul futuro che ci attende

Convegno il futuro che verrà, fila di relatori insieme al magnifico rettore LUMSA Francesco Bonini
OGIE

Il mondo che verrà, questo il titolo della lectio magistralis tenuta da Giampiero Massolo – ambasciatore, presidente Fincantieri da maggio 2016 e presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) dal gennaio 2017 – il 21 settembre 2018, presso la Libera Università Maria Ss. Assunta (LUMSA), in occasione dell’Open day del Master di II livello in “Esperti in politica e relazioni internazionali”.

Dopo i saluti del magnifico rettore, il professor Francesco Bonini, sono intervenuti S.E. il cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Cda della LUMSA, il professore e avvocato Emmanuele F. M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, e il professor Giuseppe Ignesti, co-direttore – assieme alla professoressa Tiziana Di Maio – del Master in “Esperti in politica e relazioni internazionali”.

È possibile rivenire due elementi comuni negli interventi di ciascuna delle personalità sopracitate, pur tenendo in debito conto le specifiche sensibilità: anzitutto, la necessità di creare, o meglio ri-creare, una classe dirigente italiana colta e preparata ad affrontare le sfide globali contemporanee; in secondo luogo, l’esigenza di superare quella dicotomia (che si va facendo via via più marcata) secondo la quale politica interna e politica internazionale siano slegate tra loro, recuperando l’idea per cui – citando il cardinale Lajolo, il quale ricordava il titolo di un’opera di Thomas Merton – «nessun uomo è un’isola».

L’ambasciatore Massolo riprende questi due aspetti e ne fa il punto di partenza di una riflessione lucida e chiara sulle principali questioni geopolitiche contemporanee e sul ruolo dell’Italia nell’attuale sistema internazionale. Anch’egli è infatti convinto della necessità di «uscire da una carenza grave che è di visione e di persone» e lega questa problematica a una riflessione sulla natura stessa della politica: quest’ultima consiste nel governo della polis, che si realizza mediante la presa di decisioni informate per garantire il bene della collettività; nel mondo sedicente globalizzato ciò non può accadere se la classe dirigente non abbandona una visione che riduce i Paesi a monadi autoreferenziali in un sistema internazionale anarchico. A tal proposito, l’ambasciatore invita a riscoprire, in tempo di sovranismo, l’importanza dei poteri di coalizione e di ricatto – quest’ultimo inteso positivamente come un fisiologico do ut des -, i quali possono essere esercitati solo laddove si abbia contezza delle dinamiche internazionali nel loro complesso.

Ci troviamo in un tornante cruciale per la politica internazionale: in particolare, assistiamo all’agonia dell’ordine mondiale liberale così come lo conoscevamo, fondato sul libero mercato e sul primato dell’Occidente. Inoltre, parallelamente alla crisi di credibilità degli organismi sovranazionali, si fa sempre più evidente una crisi nei rapporti internazionali: il sovranismo, cioè l’affermazione per l’affermazione, comporta il rischio di implosione per gli Stati meno consistenti, ossia quelli dotati di minor “forza muscolare”, nonché il pericolo di un cronicizzarsi delle varie crisi internazionali.

Il presidente ISPI, nel chiarire come si sia arrivati a questo punto, individua quattro cause fondamentali. Anzitutto, la globalizzazione, quale fenomeno duplice di evoluzione e involuzione: tale cambiamento epocale è stato mal gestito e ha comportato diseguaglianze e insicurezza. Anche le nuove tecnologie, imprescindibilmente legate al fenomeno della globalizzazione, sebbene abbiano contribuito ad accorciare le distanze e ad avvicinare mondi finora lontanissimi, hanno esasperato il cosiddetto individual empowerment e quindi la pericolosa tendenza alla disintermediazione, a livello interno e internazionale. Inoltre, le tendenze disgregatrici cui assistiamo derivano anche dalla crisi della politica come provider di risposte: l’elettorato viene abituato ad avere risposte semplici a problemi complessi, ma ciò non sempre è possibile, specialmente rispetto a questioni particolarmente controverse e, quando questo non accade, si assiste a un ulteriore indebolimento delle istituzioni, favorito dalla sopracitata tendenza alla disintermediazione. Un altro fattore consiste nella perdita del ruolo degli Stati Uniti quale potenza regolatrice; tale “perdita” non dipende da Trump: le sue radici vanno rintracciate già negli errori compiuti da Bush nel cosiddetto “arco della crisi”, che si estende dal Marocco fino al Tigri e all’Eufrate. Infine, venuto meno il ruolo centrale degli Stati Uniti, non è possibile individuare alcun credibile sostituto: la Russia è relativamente debole; la Cina si muove su tempi lunghi; i Paesi cosiddetti emergenti non sono ancora maturi (ad esempio l’India); sono in crisi (si veda il Brasile); o sono in una fase di transizione identitaria, istituzionale, economica.

A causa dei quattro fattori sopracitati e di alcuni motivi strutturali (tra cui la crisi migratoria, il cronicizzarsi di crisi internazionali, la proliferazione di armi nucleari, le pandemie, la crisi finanziaria, i pericoli tecnologici), ci troviamo in un momento di recessione geopolitica; in tutto ciò, manca una vera governance globale, si assiste alla crisi del multilateralismo e alla reviviscenza della competizione internazionale. Tuttavia, l’ambasciatore incita a non assumere una visione pessimistica delle relazioni internazionali, sottolineando in particolar modo due aspetti: anzitutto, la presenza di collaudati sistemi di pesi e contrappesi nei Paesi liberali occidentali, i quali vengono così tutelati da possibili derive autoritarie legate a sovranismo e populismo; secondariamente, l’esistenza di forze profonde, le quali non devono mai essere sottovalutate nel sistema internazionale, giacché nessun singolo può controllare tutte le variabili e quindi invertire la logica degli eventi.

Particolarmente interessanti per le tematiche di cui si occupa l’Osservatorio Germania-Italia-Europa (OGIE) sono le riflessioni del presidente ISPI rispetto al futuro dell’Unione Europea. È necessario reinventarla e contemporaneamente superare la crisi di fiducia di cui è oggetto da ormai troppo tempo; una crisi che si impernia attorno a due questioni fondamentali: il nodo identitario e il nodo della crescita. Il 2019 sarà un anno cruciale per l’Unione, la quale potrebbe cambiare radicalmente volto in virtù di un susseguirsi di rilevantissimi appuntamenti politici e istituzionali: anzitutto, l’incognita ancora aperta della Brexit; poi, le elezioni del Parlamento europeo; infine, il cambiamento contemporaneo di quattro figure apicali quali il presidente della Commissione europea, il presidente del Parlamento europeo, il vertice della Banca centrale europea (BCE) e il presidente del Consiglio europeo. Il futuro dell’Europa sarà dunque a geometria variabile, ma non si intravede ancora chiaramente quale forma essa tenderà ad assumere. Restano infatti da sciogliere numerosi nodi, tra i quali possiamo annoverare i rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti, nonché quelli dell’Unione con Asia e Africa, e la questione tedesca, che periodicamente torna a tormentare i partner europei della Germania, quasi esistesse una vera e propria “sindrome tedesca”, citando Valerio Castronovo.

Qual è dunque il ruolo dell’Italia in questo complesso scenario internazionale in continuo mutamento? Per l’ambasciatore, il nostro Paese deve cominciare ad «attrezzarsi per navigare in mare aperto»: venute meno le certezze del passato, basate fondamentalmente sul giocoforza USA-URSS, è giunto il momento per l’Italia di dotarsi di una visione globale, non tenendo conto dell’opinione di quanti la etichettano come una media potenza. Non esistono, infatti, medie potenze ma solo pochissime grandi potenze, tra cui Stati Uniti, Russia e Cina, mentre tutti gli altri Paesi sono per definizione potenze. Le grandi potenze sono tali perché riescono a far coincidere il proprio interesse nazionale con una prospettiva globale. Tutti gli altri Paesi hanno ambiti di interessi necessariamente limitati, per motivi geografici, demografici, economici, militari ma c’è un aspetto che può fare la differenza tra tali Paesi: essi possono scegliere di perseguire i propri interessi in una visione ristretta o in una visione globale, all’interno della quale collocare i propri interessi specifici. Partendo da questi presupposti, il presidente Fincantieri delinea alcune linee che l’Italia dovrebbe seguire in Politica estera: anzitutto, identificare, perseguire e difendere chiaramente il proprio interesse nazionale; evitare, inoltre, l’iperinvestimento nel multilateralismo, tenendone presente la crisi nel sistema internazionale contemporaneo; ancora, accentuare l’attitudine ad assumersi impegni in proprio e a mantenerli, nonché avere chiari i fondamentali delle nostre alleanze; infine, rafforzare il sistema istituzionale, conciliando rappresentanza e governabilità, per modernizzare il Paese e adottare una Politica estera chiara e stabile. Per fare ciò, è assolutamente necessaria una classe dirigente che sia in grado di avere visione e fare sintesi, capacità che non possono prescindere da una cultura di tutto ciò che riguarda la cosa pubblica tanto vasta quanto profonda: di nuovo, quindi, il tema della formazione, che deve rimanere centrale per qualunque Paese aspiri al progresso continuo.

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