La Germania ha votato. Quali conseguenze per il Paese e per l’Europa?

Lo scorso 26 settembre si sono tenute in Germania le tanto attese consultazioni elettorali, al termine delle quali si è assistito al crollo della CDU/CSU (ai minimi storici dal dopoguerra) e al mancato exploit della SPD, ferme entrambe al di sotto del 30%.

A pochi giorni dallo spoglio, da cui è emersa la vittoria della SPD guidata da Olaf Scholz, l’Istituto Affari Internazionali (IAI) ha organizzato un incontro al quale hanno preso parte Frank Decker, Professore di Scienze Politiche all’Università di Bonn, Viola Neu, Vice-Capo divisione analisi e consulenza e Capo Dipartimento ricerca elettorale e sociale della Konrad-Adenauer-Stiftung (KAS), e Federico Niglia, Consigliere scientifico dello IAI e Professore di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia.

L’incontro, moderato da Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma UE, politica e istituzioni presso lo IAI, ha avuto come oggetto l’analisi dei risultati post-elettorali e le ipotesi circa la possibile coalizione che potrebbe guidare la Germania, nonché la linea che questa intenderà seguire nei prossimi quattro anni.

Il dibattito

Ai saluti iniziali hanno proceduto Ferdinando Nelli Feroci, Presidente dello IAI, Tobias Mörschel, Direttore della Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) in Italia, e Nino Galetti, Direttore della KAS in Italia.

Tra le prime considerazioni fatte a proposito del clima elettorale con cui si è giunti alla votazione, spiccano l’atipicità e la particolarità della campagna, sviluppatasi in fasi diverse: all’iniziale “speranza verde” è subentrata la cosiddetta “alba nera”, cui, infine, ha fatto seguito il “trionfo rosso”.

Difatti, all’inizio della campagna elettorale i Verdi (Bündnis 90/Die Grünen), guidati da Annalena Baerbock, apparivano tra i possibili vincitori, speranza indebolitasi poi a gennaio quando, con la nomina di Armin Laschet, l’Unione CDU/CSU (per questo si parla di “alba nera”) sembrava essere tra i preferiti. L’esito finale, che ha visto il trionfo dei socialdemocratici (“rossi”) ha reso ancora più visibile lo spostamento dei voti elettorali di questa campagna.

Altro aspetto messo in luce è la coerenza del risultato elettorale, ritenuto in linea con i precedenti sondaggi. Molti sono gli elementi di novità: dall’assenza, in veste di candidata, della ormai ex-cancelliera Angela Merkel, alla vittoria “relativa” della SPD, che, nonostante la prevalenza sull’Unione, non è riuscita a ripetere in termini percentuali i successi del passato, al netto ridimensionamento dell’Alleanza CDU/CSU e alla contemporanea crescita di due partiti che rappresentano ora la chiave di volta per la formazione della nuova coalizione, FDP e Verdi.

Ciò che emerge, e che il Direttore Mörschel tiene a sottolineare, è sicuramente la presenza di un Parlamento giovane e variegato, composto per la maggior parte da deputati under 50 e che rispecchia al meglio la società attuale.

PANEL1

Che tipo di Germania dobbiamo aspettarci e quali saranno le implicazioni a livello sistemico sia tedesco che europeo, con particolare riferimento ai rapporti bilaterali con il nostro Paese?

«Si può ormai parlare di fine dell’era bipartitica in Germania». Con queste parole il professor Decker descrive la frammentazione del panorama politico tedesco, caratterizzato dalla svolta intrapresa da quelli che un tempo erano considerati i piccoli partiti e che ora, invece, si rivelano fondamentali nella designazione del prossimo assetto di governo, che si prospetta di non facile realizzazione.

Ciò che risulta chiaro, a differenza della situazione in Italia, è che l’espansione dei partiti estremisti non è stata dopotutto così netta, considerando che l’AfD ha ottenuto meno del 10% e che l’estrema sinistra ha superato a malapena la soglia di sbarramento del 5%.

Ciò che mette d’accordo tutti gli interlocutori è che i sistemi partitici sono interessati a mantenere il centro democratico, mirando a contenere gli estremismi ed eventuali tendenze centrifughe: la Germania che dobbiamo aspettarci è, dunque, un Paese che abbandona l’ipotesi della Große Koalition e considera, piuttosto, la formazione di una coalizione basata, rispettivamente, sullo spostamento dei Verdi verso il fronte “borghese”, nel caso “Jamaika-Koalition” (coalizione-Jamaica), o lo spostamento dei liberali a sinistra, nel caso “Ampel-Koalition” (coalizione-semaforo).

Certo è che la coalizione sarà guidata da Olaf Scholz, nei cui confronti la valutazione demoscopica dell’esito elettorale ha mostrato una netta preferenza. La sua figura è alla base delle varie ragioni della vittoria della SPD sulla CDU. Altre motivazioni sono sicuramente da ricercare nell’età media dell’elettorato che ha votato SPD, composto perlopiù da over 60 interessati alle politiche pensionistiche, nella maggiore attenzione rivolta dal partito socialdemocratico alla tematica ambientale, con un’ampia parentesi dedicata all’imprevisto “alluvione”, nei confronti del quale Armin Laschet ha tradito agli occhi dell’opinione pubblica un atteggiamento  noncurante e per certi versi distaccato dalla situazione drammatica vissuta dal Paese.

Viola Neu si dice più convinta di una coalizione semaforo, il cui negoziato non si prospetta facile, soprattutto dal punto di vista dei contenuti sociali portati avanti dalla SPD e non molto affini alle politiche dei Verdi e dei Liberali, più orientati alle tematiche ambientali e al digitale.

La stessa Neu, in un’analisi più capillare dei voti a livello regionale, concorda con Decker sulla lotta per il centro democratico, che spiega lo spostamento dell’elettorato con conseguente débâcle dei partiti estremisti. L’analisi a livello regionale, spiega Neu, evidenzia la volatilità elettorale, che rende impossibili le previsioni di voto e dimostra il venir meno della credibilità politica rispetto alle precedenti elezioni.

C’è quindi da preoccuparsi di un eventuale somiglianza d’atteggiamento con l’elettorato italiano?

Il professor Niglia, invece, non crede che il dinamismo elettorale tedesco sia fonte di preoccupazioni e che la Germania stia seguendo le orme del nostro Paese.  Anzi, essa ha dimostrato – rispetto all’Italia – la centralità e l’attualità del sistema dei partiti, che «collocano il Paese in una curva di normalizzazione dei sistemi europei», a conferma del fatto che la Germania continua a rappresentare la pietra angolare dell’UE. Ciò che conta, ora, è valutare la prospettiva a medio-lungo termine, uscendo dalla fotografia dell’immediato.

La domanda da porsi riguarda le modalità con cui la Germania declinerà il rinnovamento nell’ambito di dossier come quello climatico e migratorio e come la sua agenda politica sarà capace di riflettersi su una società mutevole in cui sempre più spazio è affidato alle giovani generazioni.

PANEL 2

L’eredità di Angela Merkel sul fronte interno e in ambito Europeo.

Il lascito politico di Merkel costituisce senz’altro un argomento controverso ma con cui è inevitabile confrontarsi, sottolinea Nicoletta Pirozzi. Nello scenario europeo sono due i meriti rimarchevoli riconosciuti all’ex-cancelliera: l’aver salvaguardato una dimensione di inclusività e integrazione tra i Paesi dell’UE, dai fondatori ai cosiddetti “nuovi arrivati”, e il suo ruolo all’interno della famiglia popolare europea. In particolare, le è stata riconosciuta la capacità di limitare l’influenza delle forze estremiste di destra tra i popolari europei.  Ci si chiede, quindi, se il prossimo cancelliere sarà in grado di reggere un simile compito o se, nel più ampio panorama europeo, tale incombenza sarà demandata ad altre figure.

Decker si definisce scettico rispetto alla politica europea di Angela Merkel, sottolineando come la volontà di tenere insieme l’Europa abbia portato molto spesso a gravi scompensi, adducendo come esempio il caso Brexit. Un altro errore, a parer suo, è stata la scarsa collaborazione dimostrata dall’ex-cancelliera nei confronti del leader francese Macron e rispetto alle riforme da attuare in sede europea nell’ambito della sicurezza e della difesa.

Nel campo della politica interna, la lunga era Merkel è stata caratterizzata da prudenza e da una mancata volontà di riforma, un atteggiamento conservatore che forse incarna, alla luce di due mandati, la chiave del successo demoscopico dell’ex-cancelliera. Tale postura politica ha provocato, però, un ritardo nello sviluppo del Paese soprattutto in ambito tecnologico e digitale, e lo confermano le continue richieste da parte di Armin Laschet di portare avanti una serie di riforme modernizzatrici in tali settori. A tal riguardo, il professor Decker si dice speranzoso che il futuro governo, svincolato dai partiti dell’Unione, riuscirà con il tempo a recuperare questo ritardo.

Il professor Niglia si mostra sostenitore di Scholz nella veste di nuovo erede di Merkel in ambito europeo, considerato una figura sicuramente più pregnante, rispetto all’ex-cancelliera e agli altri candidati, in determinati ambiti come la prospettiva di un’unione fiscale. Tuttavia, rispetto al professor Decker, non crede che la politica europea di Merkel sia stata così ambiziosa. Al contrario, invita a riflettere sulle conseguenze che sarebbero scaturite nel caso in cui la politica europea dell’ex-cancelliera fosse stata diversa. Due sono i punti messi in luce dal professore: innanzitutto i risvolti positivi di cui l’UE ha beneficiato nel periodo di cancellierato Merkel e, in seconda istanza, la responsabilità che gli altri Stati membri hanno rivestito congiuntamente nelle decisioni politiche europee.

Gli elementi di fragilità nel sistema partitico tedesco.

A conclusione dell’evento, dopo aver espresso un parere concorde sulla stabilità che il sistema partitico tedesco imprime all’interno del Paese, ci si sofferma nondimeno anche su alcuni elementi di fragilità. Nicoletta Pirozzi cita la figura contestata di Laschet nella CDU, la tensione tra frange radicali e posizioni moderate nella SPD, la messa in discussione del ruolo di leadership ricoperto dalla Baerbock nei Verdi e, infine, le debolezze dei partiti estremisti.

Come spiega il professor Decker, si tratta di un’abitudine assai comune ai grandi partiti, che rivendicano fette più grandi di elettorato, quella di mostrare un più ampio spettro sia programmatico sia ideologico. Si cita l’esempio di Schröder che nel 2001, a causa dell’opposizione dei Verdi, fu costretto ad andare contro sé stesso e a chiedere la fiducia al governo circa la decisione di entrare in guerra in Afghanistan.

Con queste riflessioni si è chiuso un incontro che, per noi membri dell’Osservatorio Germania-Italia-Europa (OGIE), si è rivelato utile ad approfondire gli ambiti della nostra ricerca, nonché stimolante per seguire con capacità critica i futuri sviluppi del governo tedesco e le relative implicazioni per l’UE e il resto del mondo.

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