Rafforzare e tutelare la Democrazia in Europa

Evento presso l'Istituto Sturzo. Fila di relatori al convegno sulla democrazia in Europa
OGIE

Il 2019 sarà un anno ricco di anniversari per l’Europa in generale e per l’Unione Europea in particolare: dal 40° anniversario delle prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, ai 15 anni del cosiddetto “grande allargamento”; dai 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, agli 80 anni dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, sino al 10° anniversario dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Avvenimenti che, nel bene e nel male, hanno determinato la nascita del sogno europeo e, al contempo, segnato in maniera profonda il suo lento e spesso travagliato processo di costruzione. Eventi che ricordano come l’Europa unita si sia originata dal superamento di fratture e inimicizie storiche – che, in poco più di vent’anni, avevano precipitato il Continente in ben due conflitti mondiali – e si sia poi sviluppata a piccoli passi legando indissolubilmente l’integrazione verticale e orizzontale (ossia, i tradizionali processi di allargamento e approfondimento) al rafforzamento e alla diffusione della democrazia, intesa non solo come forma di governo, ma soprattutto come fonte di valori dei quali gli Stati membri dovrebbero farsi portatori e promotori.

Il 2019 sarà però anche un anno «cruciale» – come lo ha definito il presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), Giampiero Massolo, nel corso di una lectio magistralis tenuta presso l’Università Maria Ss. Assunta (LUMSA) lo scorso 21 settembre – per altri due appuntamenti che attendono l’Unione Europea: la Brexit, il 29 marzo, e le elezioni del Parlamento europeo, tra il 23 e il 26 maggio. Elezioni, queste ultime, alle quali l’opinione pubblica democratica guarda con una certa apprensione, perché conscia che il voto rappresenterà un vero e proprio pronunciamento a favore o contro quel “più Europa” (se non addirittura pro o contro l’esistenza stessa dell’Unione!) frequentemente invocato in passato, cui, in maniera sempre più vigorosa, si contrappone il motto “meno Europa”, che fa da contraltare all’America first di Donald Trump.

Al termine del Secondo conflitto mondiale, uomini e donne lungimiranti compresero che, nel nuovo ordine che andava instaurandosi, solo l’unificazione e la cooperazione avrebbero potuto assicurare pace, stabilità e benessere al Continente (o, quanto meno, a una sua parte). Allora l’unità dell’Europa era considerata un punto di forza, non di certo un ostacolo. Nel corso degli anni e pur tra gli alti e bassi che hanno caratterizzato la costruzione della casa comune europea, si è sostenuto e celebrato il sogno europeo – fondato su valori comuni e principi cardine che ne rappresentano il nucleo di senso[1] – opponendolo all’American dream, basato «solo sul benessere e sul successo personale» (Jeremy Rifkin, The European Dream: How Europe’s Vision Of The Future Is Quietly Eclipsing The American Dream). In un momento storico che forse più che mai richiederebbe un’Europa unita e compatta nell’affrontare le grandi questioni economiche, politiche e sociali imposte da un mondo globalizzato e da un sistema policentrico come quello attuale, l’affermarsi di sentimenti anti-europeisti, il ripresentarsi di istanze di ri-nazionalizzazione, le rinnovate frizioni tra gli Stati europei, nonché la ricomparsa di termini ed espressioni appartenuti a epoche passate provano come lo European dream abbia perduto il suo originario appeal e ci venga ormai presentato come uno European nightmare.

Cosa ha condotto al disamoramento nei confronti del progetto comunitario, anche e in particolar modo in quei Paesi storicamente pro-Europa? Forse una gestione errata del fenomeno della globalizzazione? La reazione parziale, inefficace e non compatta dell’UE tanto dinanzi alla crisi economica globale e alle sue conseguenze, quanto nei confronti degli ancora incontrollati flussi migratori? La rapida diffusione dei social network, luogo di scontro più che di incontro e confronto[2], nonché habitat ideale per la proliferazione e la divulgazione di fake news? O, invece, si tratta di qualcosa di più profondo?

Quale che sia la risposta, una cosa è certa ed è palese da tempo: l’Unione sta sperimentando una crisi che è al contempo funzionale e identitaria, acuita dalla presenza di partiti e movimenti che, sfruttando abilmente l’approccio immediato e diretto dei social media e trincerandosi dietro la rivendicazione di forme di democrazia diretta (le cui origini e motivazioni sono, peraltro, nobili), indeboliscono sistemi democratici già affaticati e sofferenti. Da una parte, si assiste alla diminuzione della partecipazione popolare in sede di consultazione elettorale – cui fa seguito uno svilimento dei sistemi rappresentativi, cuore di ogni sistema autenticamente democratico -; dall’altra, invece, aumenta la richiesta di people’s empowerment[3], di un maggiore coinvolgimento da parte dei cittadini nei processi decisionali. Siamo di fronte a una sorta di schizofrenia? Oppure è il caso di ravvisare una connessione tra la disaffezione sia nei confronti dei partiti tradizionali sia verso l’apparato istituzionale – dalla quale discende la scarsa attenzione nei confronti delle elezioni – e la deriva populista cui stiamo assistendo?

A ciò si affianca la nascita di forme e modelli “nuovi” (o quasi[4]) di democrazia: il riferimento è qui alla “democrazia illiberale” delineata dal leader ungherese Viktor Orbán in un discorso tenuto a Bálványos nel luglio scorso alla Summer Open University and Student Camp; un progetto politico che «valorizza enormemente il ruolo e il volere del popolo, anche a costo di ledere i diritti fondamentali e le garanzie costituzionali dei cittadini»[5].

In questo contesto di «smantellamento della democrazia» (così Jurgen Habermas), si evidenzia l’urgenza di una riflessione, di un recupero e di una ri-valorizzazione degli elementi e delle caratteristiche che la definiscono. È proprio ciò che si è cercato di fare il 5 ottobre scorso, presso la Sala Perin del Vaga di Palazzo Baldassini, nel corso della conferenza Rafforzare e tutelare la democrazia in Europa: un compito comune per la Politica, la Chiesa e la Società. All’evento, organizzato dalla Rappresentanza in Italia della Konrad-Adenauer-Stiftung in collaborazione con l’Istituto Luigi Sturzo, hanno preso parte, in qualità di relatori, S.E. monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, Norbert Lammert, attuale presidente della Konrad-Adenauer-Stiftung e già presidente del Bundestag tedesco, e Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi di Milano e già presidente del Consiglio italiano. Il dibattito è stato animato e moderato da Markus Krienke, professore di Filosofia moderna e di Etica sociale presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano.

«A una Politica fatta di ragioni se n’è sostituita una fatta di emozioni, che rende assai difficile il perseguimento del bene comune» e il servizio alla Persona, ha constatato monsignor Gallagher. Si evince una differente concezione del potere e della politica rispetto a un passato neanche tanto lontano; si contrappongono, difatti, due diverse visioni: politica e potere come esercizio nell’interesse della collettività, da una parte, e, dall’altra, politica e potere come mere attività volte al raggiungimento di utilità e tornaconto personali, ha affermato il professor Monti, operando una comparazione tra Helmut Kohl – «entrato nella storia con una sconfitta, pur di realizzare il sogno politico di una Germania riunificata all’interno dell’Europa» – e David Cameron – «anch’egli entrato nella Storia con una sconfitta», ma compromettendo il futuro del suo Paese e, in parte anche quello dell’Europa «nel tentativo di consolidare il proprio potere all’interno del partito conservatore». Il focus, quindi, non è più rappresentato da idee e ideali quali guide, modelli e, allo stesso tempo, aspirazioni e mete del servizio della Politica, quanto piuttosto dalla ricerca del consenso. Ne risulta una politica irrazionale che tende a utilizzare gli strumenti della demagogia, dell’illusionismo e dell’imbroglio, senza fare ciò che la Politica, invece, dovrebbe fare: scegliere, con uno sguardo sempre rivolto all’avvenire e alle future generazioni.

Cosa fare, dunque, affinché la politica recuperi senso del servizio, razionalità, idee, ideali e lungimiranza? La soluzione, per mons. Gallagher, è racchiusa in una parola che sta particolarmente a cuore all’OGIE: educazione. L’educazione è il perno del futuro, sorgente di speranza per ogni società, contro la massificazione e la cultura massmediatica, che portano a una preoccupante carenza di valori e principi; alla perdita di concetti e conquiste che si ritenevano acquisiti e irreversibili; alla sempre crescente difficoltà ad adottare una visione d’insieme in grado di abbracciare passato, presente e futuro e di considerare tutte le dimensioni dell’umano; non da ultimo al livellamento «delle particolarità e delle identità dei singoli, che invece costituiscono l’anima di un sistema democratico maturo, capace di costruire l’unità preservando le differenze». Questi, tuttavia, non sono gli unici pregi dell’educazione. In un tessuto politico, religioso, sociale e culturale composito come quello presente, infatti, essa contribuisce attraverso la formazione di menti aperte e capaci di entrare in dialogo anche con realtà distantia creare i presupposti perché si concretizzi quella cultura dell’incontro, che costituisce la base di ogni sistema democratico.

Dibattito e compromesso: parole che si contrappongono a scontro, dissenso e divisione, attualmente in voga, non solo sui social, ma anche nel dibattito politico, sempre più urlato e improntato al sensazionalismo. Termini tornati a più riprese nel corso dell’evento e individuati dai relatori quali strumenti imprescindibili per un esercizio sano e costruttivo della democrazia, che richiede il saper discutere, il «riuscire a distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è, [il] tollerare le differenze, [il] ponderare e [il saper] considerare, ove necessario, il compromesso»; perché «Wo Debatte nicht mehr stattfinde, wo der Kompromiss verächtlich gemacht werde, da gerate die Demokratie in Gefahr[6]».


[1]Lucarelli, S., “L’Unione Europea nel mondo: perché l’UE non può essere la grande potenza inscritta nei numeri”, in Sempre più un gioco per grandi. E l’Europa? Rapporto ISPI 2018 Scenari globali e l’Italia, Colombo, A.-Magri, P. (a cura di), Ledizioni 2018, p. 160.
[2]Economia e democrazia dell’era del potere dei dati, Aspen Institute Italia.
[3]Cassese, S., “La democrazia vulnerabile”, in Il Foglio, 24.06.2018 [ultima cons.: 8.10.2018].
[4]L’espressione originariamente indicava «quei paesi nei quali, malgrado si tenessero le elezioni, non venivano rispettate le garanzie di libertà e di legalità delle istituzioni». Cfr. Campati, A., “La ‘democrazia illiberale’ e le prossime elezioni europee”, in ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 29.08.2018 [ultima cons.: 8.10.2018].
[5]Cfr. Campati, A., op. cit.; Ronchi, F., “L’Ungheria come epicentro di un terremoto continentale”, in Aspenia online, 10.04.2018 [ultima cons.: 8.10.2018].
[6]Trad. it.: «Dove non si da spazio al dibattito, dove il compromesso è denigrato, lì la democrazia è in pericolo». Da un discorso tenuto dal cancelliere Angela Merkel il 27 settembre 2018 a Berlino in occasione del Tag der Konrad-Adenauer-Stiftung.

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