Papa Francesco: l’Europa ha bisogno di leader

Due file di uomini stilizzati che salgono su una montagna: da una parte c'è il leader che aiuta i suoi compagni, dall'altra il capo che non lo fa.
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Queste le parole di Papa Francesco, nell’intervista con il settimanale belga cattolico Tertio, pubblicato lo scorso 7 dicembre.

Non è la prima volta che il pontefice affronta queste tematiche, scottanti e attuali; aveva già parlato di “un’Europa stanca e invecchiata” nel Novembre 2014. Durante i suoi discorsi rivolti al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa, Papa Bergoglio sottolineava la decadenza dei valori fondanti e dei grandi ideali che, valorizzando le differenze culturali, avevano garantito un’Europa di pace e stabilità.

Elemento cruciale della sua critica è la mancanza di veri leader che ripensino lo spirito europeo adattandolo alle sfide dell’attualità, per ritrovare la necessaria unità e la pacifica convivenza dei pluralismi.

Emerge, dalle parole di Papa Francesco, un nostalgico richiamo a quella ”Europa dei Valori”, alla quale si erano ispirati i Padri fondatori della nostra unione, tra cui i leader visionari della triade Shumann – De Gasperi – Adenauer, direttamente richiamata dal Pontefice, durante l’intervista. Un’esortazione che ripropone il concetto storicamente formatosi di leadership positiva, intesa nella sua accezione relazionale.

Una natura autentica di una leadership, portatrice di valori, dovrebbe fondarsi su una condivisione etico-normativa di principi sottesi al legame relazionale tra un leader e una comunità che lo riconosce come tale.

Sulla base di questa impostazione, potremmo definire il leader come quel soggetto che, scelto dalla comunità, la rappresenta e utilizza al meglio tutte le risorse disponibili per la realizzazione del bene comune sentito dalla stessa: un obiettivo, questo, che non può prescindere dalla partecipazione attiva dei membri del gruppo sociale.

Una leadership positivamente intesa deve focalizzarsi sulla valorizzazione delle potenzialità dei protagonisti della relazione stessa: solo in questo modo si può costruire un’idea di “ben-essere comune” che punti, non tanto al raggiungimento di un obiettivo, quanto piuttosto alla qualità del rapporto sociale. Di conseguenza, all’interno di tale contesto, il leader è colui che, in qualità di primus inter pares, non fa della propria visione la verità indiscussa da seguire, ma si apre all’ascolto delle diverse opinioni provenienti dalla comunità, proponendo quale risultato finale la formazione stessa di un’idea di bene comune che sia frutto della cooperazione tra tutti i membri della relazione sociale: “ il leader positivo è colui che forma altri leaders in un processo auto-moltiplicativo e generativo di opportunità e benefici”.

All’interno di questa prospettiva, è necessario che ciascun componente della collettività svolga un ruolo attivo di garanzia per la prevenzione di eventuali abusi di potere da parte del leader: ogni partecipante è chiamato ad assumersi la responsabilità di non accettare passivamente le scelte del leader e a contribuire alla formazione di un pensiero critico costruttivo che attinga anche a fonti di informazione autonome, nel rispetto del pluralismo ideologico e di una laicità intesa nel suo significato più concreto di apertura alla diversità.

Volendo descrivere la situazione attuale della politica europea, è impossibile non rilevare l’assoluta carenza di una leadership positiva che presenti tali caratteristiche. Prescindendo dalle singole qualità e posizioni degli esponenti politici che oggi guidano le sorti dell’Europa, la vera problematica è da rintracciarsi piuttosto nell’assenza totale di criteri e valori ideali che costituiscano una solida base oggettiva per la promozione e la crescita di un’idea condivisa di bene comune. Infatti, nella politica odierna, l’idea di bene comune non esiste se non nella sua riduzione a somma degli interessi individuali: in tale ottica il “buon” politico diviene colui che riesce a bilanciare i vari interessi dei singoli, scegliendo chi privilegiare a seconda dei casi concreti; questo comporta l’identificazione concettuale tra bene comune ed interesse. Tuttavia, diversamente dall’interesse, il bene non deve essere singolarmente legato ad un individuo o ad un singolo gruppo di individui, ma deve essere inteso quale bene in se stesso: tant’è vero che non basta avere dei fini uguali per fondare una comunità, in quanto questi, coesistendo, potrebbero escludersi a vicenda, ma è, invece, necessaria la costruzione di un fine che, in quanto condiviso e partecipato, possa dirsi comune.

La ragione che sta alla base di tutto ciò è da ricercarsi nel mutamento storico, sociale e politico che ha caratterizzato l’evoluzione dell’Europa. Il contributo di personalità di spicco, come quelle dei padri fondatori dell’Unione, era frutto di un processo storico che aveva sollecitato la nascita di forti e precisi ideali che, dopo essersi consolidati all’interno delle lotte di resistenza ai totalitarismi, resero necessaria la ricerca di condizioni di pace e stabilità per tutto il continente europeo: tale ricerca poteva dirsi fondata su un bene comune politico costruito su valori etici diametralmente condivisi, quali la democrazia, la pace sociale, la garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali di ogni individuo. Al contrario oggi, nonostante il progresso sociale e politico che ha investito il panorama europeo, si registra una maggiore difficoltà nel raggiungimento di una visione di un interesse comune, probabilmente dettata da un’esasperata concezione dell’individualismo che sembra oramai essere divenuto l’unico valore universalmente riconosciuto.

Alla luce di tali considerazioni, l’unica leadership che possa definirsi positiva è quella volta al bene comune, un bene unico per la cui realizzazione è necessaria la cooperazione di tutti: per essere raggiunto tutti lo devono raggiungere.

A cura di
Vincenzo Mignano

Simona Rizza

Adriana Brusca

Fonti

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